Aprile 21, 2015

FAQ – Frequently Asked Questions

 

  1. Cracking Art è un movimento nato nei primi anni ’90. Come è successo in quegli anni? Come erano i vostri primi lavori?

Per capire meglio la situazione e il momento, collocherei la nascita del movimento non tanto nei primi anni ’90 ma alla fine del millennio. Questo è il pensiero che ci ha guidati. Saremmo stati testimoni del passaggio dagli anni 1000 agli anni 2000, con tutte le paure, le insicurezze ma anche le speranze e le prospettive che si andavano delineando. Rappresentare questo passaggio, questa rottura con un segno che portasse dentro di sè la storia e il futuro del pianeta.

Le prime installazioni erano improntate ad un senso di allarme, di tensione. Gabbiani intrappolati in filo spinato, grandi scritte SOS realizzate con ossa di plastica o fiori artificiali. La consapevolezza dell’avvento di un mondo sempre più artificiale ci spingeva ad essere critici e diffidenti, anche se la parte ironica non è mai mancata. Organizzavamo feste in cui, su grandi tavoli, mischiavamo cibi veri e cibi di plastica per creare divertimento e confusione.

 

  1. Perchè chiamate le vostre installazioni “Invasioni”?

Il termine “invasioni” deriva dalla caratteristica dei prodotti in plastica, che essendo producibili in grandissime quantità, creano un effetto di vera e propria occupazione degli spazi. Pensiamo alle buste della spesa o alle microplastiche che creano continenti sottomarini. Inoltre la plastica viene utilizzata anche in medicina, come protesi da inserire nel corpo umano, invadendo di fatto sia l’ambiente che il singolo essere umano.

Da qui l’utilizzo di questo termine, che vuole anche fare un riferimento all’esplosione demografica di questi ultimi decenni e agli squilibri che ciò comporta. La sensazione di essere invasi è oramai molto diffusa e su argomenti completamente diversi: immagini, informazioni, tecnologia, prodotti, esseri umani. Le campagne si svuotano e le città diventano metropoli in cui ci si sente assediati.

Il nostro desiderio è dare a questo termine una connotazione positiva, di opportunità e collaborazione.

 

 

  1. Negli anni che hanno preceduto fotografie con cellulari e condivisione tramite I social media, come avete documentato e condiviso le vostre opere?

La scelta di fare arte in spazi pubblici è stato il nostro modo iniziale di condividere; abbiamo sentito fin da subito l’esigenza di fare arte partecipata e di andare direttamente dalle persone, nei loro luoghi, nelle loro case. E di installazioni ne abbiamo fatte davvero tante in questi anni: più di 400.

Il metodo di documentazione non è sostanzialmente cambiato. Si tratta sempre di fare scatti fotografici e riprese video. Per comunicare e divulgare la nostra attività ci si affidava a comunicati stampa, alla realizzazione di cataloghi e libri. Ci si affidava alla carta e al passaparola di chi vedeva le nostre opere nelle città.

 

 

  1. Ci dite qualcosa a proposito della realizzazione delle vostre sculture? Da dove arriva il materiale plastico che utilizzate?

Per realizzare le nostre opere utilizziamo tecniche industriali: stampaggio rotazionale o a soffiaggio. Realizziamo manualmente il primo prototipo dal quale viene poi ottenuto lo stampo adatto a questi sistemi di produzione. Ci interessano questo tipo di sistemi di produzione perché permettono la realizzazione di grandi opere e di grandi numeri ma con un impiego di materiale davvero esiguo rispetto all’effetto scenografico finale, essendo all’interno cave.

Amiamo la possibilità di riutilizzare molte volte la stessa plastica, infatti dopo qualche utilizzo nelle nostre installazioni, le opere vengono triturate e la plastica ottenuta viene rigenerata e utilizzata per realizzare nuove opere. Un riutilizzo a circolo chiuso, controllato e continuo. Il materiale viene quindi reperito da fornitori esterni per una percentuale di plastiche nuove e autoprodotto per quanto riguarda la parte riutilizzata.

L’interesse per questo sistema, oltre che partire da una ricerca di soluzioni ecologicamente sostenibili, deriva dal pensiero filosofico dell’universo infinito, in cui infinito sta ad indicare una vita che continuamente si rigenera e muta.

 

 

  1. Avete realizzato installazioni in luoghi spettacolari sparsi per tutto il mondo. Come progettate le vostre invasioni? Adottate soluzioni particolari per ogni luogo?

Partendo da una unità stilistica che è riscontrabile in tutte le nostre installazioni, quando affrontiamo nuovi progetti cerchiamo sempre le tipicità e le caratteristiche di quel luogo e quindi affrontarli con una unicità che deriva dall’incontro degli spazi e dei loro visitatori, ovvero le nostre opere. Cerchiamo i luoghi più adatti ad ospitare le sculture, scegliamo l’opera e il colore da collocare in base all’architettura o al paesaggio circostante e in base al risultato che vogliamo ottenere. Armonia o rottura, intrusione o mimetismo. Abbiamo a disposizione molte alternative.

Ogni luogo è diverso e quindi per noi risulta ancora oggi, dopo tante installazioni fatte e luoghi visitati, un modo per scoprire e farci scoprire.

 

  1. Per quanto tempo durano le vostre installazioni? Qualcuna è permanente?

La durata media delle nostre installazioni è di due mesi, ma non esiste una regola definite. Dipende dai luoghi e dl tipo di installazione. Ci sono state occasioni in cui le nostre opere sono state esposte per soli tre giorni, come partecipazioni ad eventi o festival, fino ad arrivare a permanenze di oltre un anno, come a Cleveland o Dubai. Ci sono anche esempi di installazioni permanenti: a Praga al Kampa Museum, in spazi pubblici in Italia o al Children Museum di Miami.

Una installazione permanente molto curiosa si trova in Belgio: una chiocciola gigante e due medie che si arrampicano sulla parete di un grattacielo!

 

    7.  Potete spiegare perchè avete scelto gli animali come vostro soggetto?

L’animale è stato, fin dalla preistoria, il primo riferimento di confronto con la natura. Uomo e animale sono entrambi esseri animati, ovvero dotati di funzioni vitali e movimento. Più difficile, quasi impossibile, immedesimarsi in un vegetale. Anch’esso dotato di funzioni vitali, ma apparentemente immobile.

Nel tempo all’animale sono stati attribuiti poteri, messaggi, caratteristiche che potevano essere utili all’uomo per capire e immaginare l’universo.

Allo stesso modo noi usiamo questa tradizione culturale millenaria per renderli messaggeri di pensieri adeguati alla nostra contemporaneità. Ogni rappresentazione di una nuova opera viene quindi valutata in base al compito di messaggero che gli si vuole affidare.

 

  1. Che tipo di reazione sperate di ottenere dalle persone che vedono le vostre installazioni? In che modo l’Arte può essere veicolo di cambiamento sociale ed ambientale?

Prima di tutto il nostro desiderio è quello di generare quello stupore che sia in grado di far emergere in ognuno una sensazione di piacere e felicità. Abbiamo scelto gli spazi urbani piuttosto che i luoghi espressamente dedicati all’arte, vogliamo attivare emozioni inaspettate, facendo vivere i luoghi con una modalità che esuli dalla routine quotidiana e permetta quindi di far nascere una riflessione sul luogo visto con occhi nuovi.

Ci auguriamo che questa scintilla, da questa esperienza, sia l’occasione per attivare pensieri ed idee nuove. In questo l’arte può essere veicolo di cambiamento, in tutti i campi delle attività umane. Arte come attivatore, ovvero sostanza in grado di innescare una reazione oppure di rendere più attivo o di rigenerare il catalizzatore (e per catalizzatore ci riferiamo ad ogni singola persona), di una reazione.