Dicembre 16, 2016Question Time
Intervista a cura di Roberta Mais su Oubliettemagazine
R.M.: Il Movimento Cracking Art nasce nel 1993 e come dice il nome la vostra è un’arte di rottura. Rottura in che senso? Da cosa o chi volete distaccarvi?
Cracking Art: Il significato principale è il riferimento ad un procedimento industriale termo-chimico di scissione delle molecole. In specifico quella della rottura delle catene molecolari del petrolio, che all’interno del reattore del cracking catalitico trasforma il prodotto organico naturale di milioni di anni di vissuto del pianeta in una sostanza artificiale inorganica. Da questa procedura di sintesi derivano tantissimi prodotti che caratterizzano la nostra contemporaneità: prodotti chimici, benzine, prodotti farmaceutici e anche la plastica. Non si può, a nostro avviso, trovare rappresentazione migliore del detto “rompere con il passato”. Il principio fondamentale del nostro lavoro tratta l’indagine di questo passaggio tra natura e artificio. Poi ci sono altre cose che abbiamo voluto rompere: l’idea individualistica dell’artista e del suo ego. Con il lavoro di gruppo abbiamo deciso di sottolineare l’importanza della collaborazione. Abbiamo cercato di non farci influenzare dalle dinamiche richieste dal sistema per affermarci come artisti: strade, piazze, negozi e centri commerciali oltre che musei e gallerie. Abbiamo tentato di rompere il pregiudizio che spesso separa l’Arte dalla società, di superare la diffidenza che talvolta si instaura tra chi produce e chi si confronta con le opere.
R.M.: Il vostro gruppo è composto da sei membri proveniente dall’Italia e da altri Paesi europei: come vi siete incontrati e com’è nato il vostro intento comune di associare l’arte all’impegno sociale ed ambientale?
Cracking Art: C’è un luogo di partenza, che è Biella, città di nascita o di residenza di 4 dei 6 membri del gruppo. L’incontro è nato dal comune interesse per l’Arte e dalla originaria convinzione dell’importanza di un lavoro collettivo per dare forza e impulso al lavoro. Scegliendo come nostro medium un materiale così controverso come la plastica, ci siamo fin da subito impegnati ad affiancare alla nostra ricerca originaria anche un messaggio chiaro di attenzione all’uso e al recupero di un prodotto potenzialmente dannoso se non correttamente riutilizzato. Anche le opere utilizzate nelle nostre stesse installazioni, una volta terminate, vengono recuperate e riciclate per fare altre opere. Una sorta di vita che si rinnova e rigenera.
R.M.: I vostri animali stanno girando l’intero mondo e per alcuni mesi oltre settemila vostre creazioni sono state ospiti, per la seconda volta, all’interno del Centro Commerciale Orio Center di Bergamo e nel mese di settembre siete entrati nel Guinness World Record. Cosa significa ciò per voi?
Cracking Art: Un termine che caratterizza le nostre installazioni è “invasione”. Noi vogliamo realizzare invasioni, ludiche e pacifiche, per rappresentare la moltiplicazione di immagini, prodotti, informazioni, connessioni che caratterizzano il nostro mondo. Realizzare molte installazioni e in diverse parti del mondo per noi è parte fondante della nostra estetica e del nostro progetto comunicativo. Arrivare addirittura ad entrare nel Guinness significa che ciò che realizziamo riesce a raggiungere un pubblico vasto, un pubblico non esclusivamente interessato all’Arte. Ne siamo fieri.
R.M.: Qual è il messaggio che vorreste venisse recepito da parte di chi si trova, volontariamente o meno, ad ammirare le vostre opere?
Cracking Art: Innanzitutto speriamo che la presenza delle nostre opere susciti un’emozione, meglio se positiva. Vogliamo realizzare delle fiabe metropolitane di cui sentirsi protagonisti. E spesso succede. L’interazione delle persone con le nostre installazioni è costante in tutti i luoghi in cui le eseguiamo. Ci auguriamo che questi incontri servano da stimolo creativo ma anche da spunto di riflessione su ciò che si sta osservando.
R.M.: Vi è una delle vostre creazioni alla quale tenete in modo particolare?
Cracking Art: Due in modo particolare. La Tartaruga, con la quale abbiamo realizzato l’installazione alla Biennale di Venezia del 2001, la nostra prima Biennale. E poi più di recente la Chiocciola, con la quale abbiamo davvero fatto il giro del mondo come era nel nostro intento fin dalla sua prima apparizione a Milano nel 2009. Due animali “lenti”, che si muovono portando con se la propria casa. Possiamo sicuramente affermare che entrambe i gusci ci hanno accompagnato e protetto.
R.M.: Sono passati 21 anni dalla nascita del Movimento Cracking Art: ritenete di aver raggiunto gli obiettivi che vi eravate prefissati inizialmente?
Cracking Art: Credo di poter dire che siamo andati anche molto oltre quelle che erano le aspettative iniziali. Un riscontro così importante non era nemmeno lontanamente prevedibile, anche se sentivamo forti le motivazioni che ci muovevano. Nel 1993 non esisteva Internet ne tantomeno l’Internet 2.0. Lo sviluppo social della rete ha molto favorito lo sviluppo e la divulgazione della nostra arte, che spesso chiamiamo Social Artworks.
R.M.: Cosa vedete nel futuro del vostro movimento?
Cracking Art: Il futuro è legato allo sviluppo del progetto “L’Arte rigenera l’Arte” che intende stringere in un rapporto di collaborazione artisti, industria e società in un percorso che includa una piccola percentuale di Arte in ogni azione che si compie. Il tutto finalizzato sia al rigeneramento dell’Arte del passato, sia alla generazione di nuova arte. È oramai nostra prassi consolidata unire la presenza delle nostre installazioni al restauro di un’opera o monumento del passato. Duomo di Milano e Portico di San Luca a Bologna per fare due esempi. A Riga l’installazione voleva favorire la creazione del primo Museo di Arte Contemporanea della Lettonia. Un progetto che ci è di grande stimolo per ampliare i nostri ambiti di intervento creativo.
R.M.: Grazie per la vostra gentilezza e grazie soprattutto per ciò che riuscite a realizzare con la vostra splendida Arte.
